Sì, lo ammetto: anche questo libro di Albert Espinosa l’ho scelto per il titolo.
E, già che c’ero, anche per il sottotitolo: “Dedicato a tutti quelli che hanno ancora voglia di essere diversi e di combattere contro quelli che ci vogliono uguali”.
Me lo ricordo quel giorno in libreria: la copertina faceva di tutto per farsi notare e io provavo a ignorarla con una dignità, diciamo, abbastanza discutibile.
Lei insisteva. Io resistevo… sì, insomma, credevo con poca convinzione di resistere. E infatti cedevo dopo pochi minuti.
Con la solita scusa: “Vabbè, ho comprato tanti libri che non sono riusciti a dirmi niente… uno in più non farà la differenza”. E invece.
Appena tornata a casa l’ho letto tutto d’un fiato.
Il titolo era esattamente la frase che avrei voluto dire mille volte a quella persona lì (immagino che anche tu ne hai avuta una) che per anni avrebbe fatto qualsiasi altra cosa tranne, appunto, chiamare me.
Trovarla scritta lì, nero su bianco, mi faceva sentire un po’ meno sola. E a volte, già solo questo, è tantissimo.
Quella familiare solitudine e il ritorno a sé
Perché alla fine, il libro parla proprio di questo: con il pretesto di una relazione finita e di un viaggio forzato, il protagonista si ritrova dentro la sua solitudine e, passo dopo passo, va incontro a se stesso.
Non in modo eroico, con colonna sonora epica e vento nei capelli.
Ma piuttosto come succede nella vita vera: un po’ per caso e un po’ per scelta, e un po’ anche perché a un certo punto diventa difficile continuare a non ascoltarsi.
Forse è questo che cerchiamo in tanti dei nostri momenti più delicati: sentirci un po’ meno soli, trovare un luogo in cui il cuore e la mente possano appoggiarsi, riconoscere qualcosa di noi senza doverlo subito comprendere, aggiustare, mettere da qualche parte.
Solo stare e restare con quello che c’è, anche se è scomodo, perché è l’unica cosa vera di quel momento.
Negli anni ho attraversato percorsi personali e professionali che, all’inizio, sembravano molto diversi tra loro.
Eppure, andando più a fondo, mi sono accorta che tutti mi riportavano sempre lì: in quel luogo interno che ogni volta si faceva accogliente, più trasparente, a volte a perfino luminoso. E sicuramente meno affollato dal rumore delle aspettative. In fondo, ogni percorso di crescita personale comincia così: crediamo di cercare una risposta, e invece vogliamo soltanto darci il permesso di stare nelle nostre domande, in ascolto di quello che ci si muove dentro e che ci chiede spazio.
Avviarci in quella che chiamiamo “crescita personale” è sempre un po’ un raccogliere le coordinate.
Ogni strumento che acquisiamo e facciamo nostro, ne aggiungeva una: quella per ascoltare meglio i segnali del nostro corpo, quella per orientarci nei labirinti delle nostre emozioni, quella per comunicare in serenità senza annullarci nel timore di ferire l’altro, quella per riconoscere i nostri bisogni prima che diventino urgenze.
Quando a mancare è l’orientamento
Il punto, però, non è che “basta guardarsi dentro” e magicamente tutto si sistema. Sarebbe bello, certo. Anche molto comodo.
Tipo: telecomando universale dell’autenticità: premi un tasto e torna tutto in ordine.
Il punto è un altro, e cioè che spesso dentro di noi ci sono risorse, desideri, intuizioni e bisogni… molti di più di quanto sospettiamo, ma che non riusciamo più a sentire bene, a ricontattare.
Magari perché siamo stanche, sovraccariche, frustrate, abituate a occuparci di tutto e tutti prima fermandoci solo quando crolliamo.
Non è certo la forza, l’energia o la volontà a mancarci (altrimenti non faremmo tutto quello che già facciamo).
Sono, appunto, le coordinate per disegnare quella mappa che ci riporterà dritte dritte a noi stesse, a quelle risorse interne capaci di ribaltare il (nostro) mondo in modo da rispondere efficacemente ai nostri bisogni e desideri.
E, in alcuni casi, manca qualcuno, o qualcosa, che ci accompagni in questo processo in cui rimetterle in ordine con calma e chiarezza.
Che cosa puoi trovare qui
Questo spazio, il Salvavita, nasce proprio per chi ha la sensazione di portare troppo, tutto da sola: le relazioni, le decisioni, i bisogni degli altri, le cose da ricordare, quelle da prevenire, quelle da non far collassare...
Magari arrivi a fine giornata esausta, ma se dovessi dire di cosa hai bisogno, non sapresti rispondere.
Non perché non hai bisogni, anzi, ne hai probabilmente anche troppi.
faresti fatica a rispondere.
Ma più probabilmente perché non sai più riconoscerli, perché hai imparato a metterli giù, in fondo alla lista, appena dopo “fare la lavatrice” e “rispondere a quella mail”.
E lì la concorrenza è spietata, eh!
Io non sono in grado di offrirti “10 passi per essere felice” o la promessa di una “vita nuova in 21 giorni”.
So che ci vuole tempo, impegno, tanto; ci vuole apertura e un briciolino -almeno- di amore per se stessi che muove a fare il primo passo: prendere la decisione di ritrovarci, prendere in mano quella mappa verso e iniziare a segnare tutte le coordinate che ci riporteranno alla nostra autenticità (e a quello che Rogers chiama il nostro “potere personale”).
Il Salvavita è uno spazio in cui fermarti e prenderti il tempo per osservare con gentilezza e chiarezza quello che cosa si sta muovendo dentro di te.
Il mio ruolo è accompagnarti in questo viaggio, nel riconoscere dove sei e perché sei proprio lì, prendere consapevolezza di che cosa senti, di quello che stai trattenendo, dei modi in cui ti limiti. E, a partire da qui, invertire quel circolo vizioso in cui eri finita per avviarne uno virtuoso che non solo ti porti fuori da dove non vuoi più stare, ma ti permetta di gettare basi solide su cui costruire ciò che desideri. Tanti piccoli passi, ognuno dei quali ti avvicinerà un po’ di più a una persona in cui riconoscerti pienamente… a te stessa nella tua veste più vera e autentica.
Da quali strumenti nasce questo lavoro
Le riflessioni e le pratiche che trovi qui nascono dal lavoro che faccio come Counselor umanistica che integra competenze professionali complementari.
Integro approcci e strumenti diversi perché questo ci permette di rendere il percorso molto più mirato, quindi efficace e rapido di quanto non sarebbe impararli tutti separatamente. Ma anche perché, pur funzionando tutti con meccanismi simili, ognuno di noi è unico e ha quindi bisogno di modalità adattate alla sua unicità e merita un percorso che sia disegnato a misura dei suoi reali bisogni.
A volte serve capire meglio che cosa sta succedendo, a volte imparare a comunicare con più chiarezza.
Altre volte, abbiamo bisogno di riuscire a stare in compagnia e in ascolto di un’emozione senza che ci travolga.
Per questo utilizzo, tra gli altri, la Comunicazione Efficace secondo il Metodo Gordon (che aiuta a gestire in modo significativo le relazioni esprimendoci e ascoltando senza trasformare ogni confronto in un campo minato); la Mindful Self-Compassion, o autocompassione consapevole (che allena un modo più gentile e meno giudicante di stare con se stessi permettendoci di attraversare i vissuti emotivi più intensi e sfidanti); e altri strumenti legati al Counseling ealla presenza consapevole, cioè alla possibilità di accorgerci di che cosa sta accadendo nel momento in cui accade.
Questi approcci sono mappe, bussole, strumenti pratici che possono sembrare semplici, ma che lavorano molto profondamente, permettendoci di cambiare radicalmente il nostro modo di affrontare la vita.
Servono a rendere più visibile, chiaro quello che così spesso ci appare offuscato e confuso: un bisogno che non riusciamo ad esprimere, un limite che non riusciamo a mettere, una stanchezza che ci svuota, un desiderio a cui continuiamo a non rispondere.
Per chi può essere utile il Salvavita… e per chi no:
Questo spazio può esserti utile se:
- ti senti disconnessa da quello che vuoi davvero;
- fai fatica a chiedere aiuto o a esprimerti senza sentirti in colpa;
- senti una stanchezza che non è solo fisica, ma ti lascia senza energie;
- ti accorgi di occuparti molto degli altri e poco di te;
- vuoi cambiare, davvero, ma non sai da che parte iniziare e un po’ temi che resterai sola in questo;
- vorresti prenderti cura di te in modo più consapevole, ma non sai bene da dove partire.
Il Salvavita non va bene se, come accennavo prima, cerchi soluzioni rapide, quasi miracolose e senza impegno… o se ti aspetti che faccia io il lavoro per te. Lo farei, se potessi, ma purtroppo non funziona così. Io ti accompagno e ci sarò ad ogni passo, ma il cambiamento deve partire e costruirsi in te.
Il Salvavita non è nemmeno lo spazio giusto per te, se in questo momento stai attraversando una crisi molto profonda, se ti senti in pericolo o se hai bisogno di un supporto terapeutico e clinico continuativo.
In questo caso, ti suggerisco di rivolgerti a una figura professionale che possa accompagnarti in modo profondo, stabile e adeguato in un processo che sia prima di tutto terapeutico (dopo, se vorrai, potrai seguire un percorso come il Salvavita che ti permetterà di costruire su quelle basi solide che creato in terapia).
Se hai dei dubbi o se, invece, senti che potrebbe esserti utile esplorare con calma quello che stai vivendo, puoi scrivermi qui.
Il primo incontro è una chiacchierata esplorativa e, proprio per questo, è sempre gratuita: serve ad entrambe per fare chiarezza e capire se e come ci sono le condizioni per questo percorso.
Se preferisci un percorso di gruppo
Non sempre l’accompagnamento individuale è la scelta più idonea. A volte può essere più utile iniziare con un percorso di gruppo, meno individualizzato ma supportivo perché condiviso, e che permette di avvicinarsi a strumenti pratici con gradualità e senza sentirsi sole.
In questo caso, potresti scegliere il Salvavita in versione “di gruppo” (max 5 partecipanti), oppure -se quello che desideri è approfondire una tecnica/strumento specifico- i corsi e formazioni dedicati alla consapevolezza, alla cura di sé, alla comunicazione, alla relazione, alle emozioni o ad obiettivi specifici (ad esempio, saper dire di no senza paura).
È un modo diverso per iniziare: meno personale, forse più leggero, ma comunque prezioso se senti il desiderio di prenderti cura di quello che vivi con più attenzione.
Il Salvavita
Il Salvavita nasce proprio da qui: dal bisogno di capire come siamo finite in una situazione che ci sta stretta e da dove possiamo iniziare a respirare un po’ meglio.
Non si tratta di trovare una soluzione perfetta o una via d’uscita che sia uguale per tutte; ma piuttosto di riconoscere quali fili si sono aggrovigliati e quali strumenti ci aiuteranno a scioglierli.
Il lavoro si muove su cinque dimensioni della vita quotidiana:
- mentale: i pensieri che tornano, il rimuginio mentale, i giudizi su noi stesse, le preoccupazioni, le interpretazioni che dai a quello che succede;
- fisica: il corpo, la stanchezza, le tensioni, i segnali che spesso arrivano prima delle parole;
- emotiva: quello che provi, anche quando è confuso, scomodo o difficile da nominare;
- comunicativa: quello che dici, quello che taci, il modo in cui chiedi, ti difendi o tendi a sparire, le modalità comunicativo-relazionali che metti in atto di cui forse non sempre sei soddisfatta;
- relazionale: i legami che ti nutrono, quelli che ti svuotano, quelli in cui fai fatica a restare te stessa.
Non dobbiamo intendere il benessere (su tutti i piani dell’esistenza) come un traguardo lontano o da raggiungere una volta per tutte, ma piuttosto come pratica quotidiana di cura che diventa, piano piano, sempre più il nostro nuovo e naturale modo di essere.
Anche, anzi soprattutto, in quei giorni in cui la nostra unica grande conquista sarà accorgerci che siamo stanche prima di crollare… e concederci di fermarci prima.
“La felicità non esiste, Dani. […] Esiste solo il fatto di essere felici ogni giorno” (Albert Espinosa, Se mi chiami mollo tutto... però chiamami, 2011)
Mini-pratica: trovare le tue coordinate in 5 minuti
Prenditi 5 minuti, tutti per te… anche quei cinque minuti in macchina prima di entrare in casa vanno bene, o il tempo di bere un caffè senza fare altre tre cose tutte insieme.
Prendi un bel respiro e prova a rispondere a queste domande in modo spontaneo, così come ti viene e senza correggerti. Ricordati che lo stai facendo per te e per nessun altro e che stai solo ascoltando dove sei, adesso.
- Dimensione mentale. Quali sono i pensieri che tornano più spesso in questo periodo, anche quando non vorrei?
Inizia a notarli, a riconoscerli. E rinuncia a quell’istinto di cercare subito una soluzione. - Dimensione fisica. C’è un punto del corpo in cui sento tensione, peso, stanchezza… o magari vuoto?
Potrebbe essere una spalla contratta o una mandibola serrata. Il corpo, spesso, parla prima di noi e ci manda i suoi segnali. - Dimensione emotiva. Se dovessi dare un nome all’emozione prevalente di questi giorni, quale sarebbe?
Prova a ripeterti questa domanda più volte, anche quando hai trovato un nome per la tua emozione… prova ad indagare più a fondo e a chiederti, per esempio, Se non esistesse la parola [rabbia, tristezza,…] come chiamerei questa emozione? - Dimensione comunicativa. C’è qualcosa che sto tacendo, che vorrei dire ma non riesco?
A volte il silenzio che pesa di più non è quello degli altri, ma il nostro. Non giudicarti per questo, semplicemente prendi atto che in questo momento, per un motivo qualsiasi, c’è qualcosa che non riesci a dire. E va bene anche così. - Dimensione relazionale. Con chi mi sento più me stessa ultimamente? E con chi, invece, mi sento a disagio, esposta, piccola, lontana o addirittura in allerta?
Anche qui, non ci interessa indagare le motivazioni, ma solo osservarci e accorgerci della differenza.
Queste cinque domande sono un modo semplice per fare un primo, piccolo passo verso la tua parte più autentica, per non perdere completamente il filo con te stessa nei giorni in cui tutto sembra urgente tranne te.
Puoi anche decidere di prendere un appuntamento quotidiano con te stessa e rifare l’esercizio ogni giorno… potresti scoprire cose nuove su di te.
Quando ti accorgi che quello che emerge ti colpisce, puoi decidere di restarci accanto per qualche minuto in più.
Oppure di scrivere una frase su un taccuino, fare un respiro profondo, appoggiare una mano sul punto del corpo che hai notato.
È un piccolo gesto, sì, ma spesso è proprio da lì che si ricomincia a tornare a se stesse.
E se ti va di esplorarlo insieme, sono qui.
