Il fantasma che è… in ognuno di noi

E di quanta tenerezza è capace il coraggio.

Nella categoria "Cine club"

il fantasma che è in ognuno di noi

Quante volte ti è capitato di sentirti l'unic* ad avere certe zone d'ombra? Quei pezzi di te che cerchi di tenere fuori campo: gli errori, le fughe, le scelte di cui ti sei pentit*... le versioni di te stess* che avresti voluto non mostrare mai a nessuno. E quanto ti ha fatto sentire… sol* tutto questo?
Come se quelle parti lì fossero solo tue, mentre gli altri… beh, gli altri avevano tutto più in ordine, più “presentabile”.
Ma non è così che funziona. E scoprirlo davvero -con il cuore, non solo con la testa- può cambiare molto… nel modo in cui ti guardi. E, di conseguenza, nel modo in cui guardi gli altri.
Sono andata a vedere “Il fantasma che è in me”, di Michael Beltrami, e uscita dalla sala mi è rimasta addosso quella sensazione di avere le idee molto meno ordinate di quando ero entrata. Ci ho messo un po' a capire che quel disorientamento era già, di per sé, una risposta.

Quello che non sapevo di aspettarmi

Ci sono film che vai a vedere già con un’immagine in mente. Vuoi perché ne hai letto qualcosa, vuoi perché te ne ha parlato chi lo ha già visto… vuoi perché il regista è un tuo amico e, un po’, il suo sguardo sul mondo lo conosci.

Frammenti raccolti qua e là che si impastano con l’affetto e quando ti accomodi in poltrona e il buio della sala si interrompe con il primo fascio di luce del proiettore… ti accorgi che quell’immagine che ti eri fatta era solo un primo schizzo di un dipinto molto più complesso e stratificato.

Sono andata a vedere Il fantasma che è in me aspettandomi la malinconia, immagini e parole legate insieme da quel filo sottile che annoda ciò che era e che è stato alla consapevolezza che quel qualcosa non tornerà mai più, in una tinta vagamente ocra di qualcosa che assomiglia, forse, più al rimpianto che non al riscatto.

E invece… di malinconia, forse, solo un’ombra sbiadita e al suo posto, luminosa, quasi abbagliante, l’idea che quando qualcosa è vero, trova sempre il modo per ripresentarsi, anche se, magari, in forme diverse. E in questo film, di verità, ce n’è proprio tanta.

Malinconia: non pervenuta

C’è tanta di quella verità a illuminare le meravigliose inquadrature dei numerosi viaggi e a dar peso specifico ad ogni parola, sia del regista-narratore sia delle persone che si muovono insieme a lui, che la malinconia semplicemente toglie il disturbo.

Al suo posto, quello che ho trovato (e che continua a risuonarmi dentro, a giorni di distanza) è la tenerezza. Tanta, tantissima tenerezza. Verso se stessi, verso chi si ama, verso la malattia stessa che arriva e ribalta tutto in un colpo solo: le abitudini, le certezze, i valori che pensavi fossero immutabili. Ma anche la tenerezza di chi ti vuole bene e che a volte lotta contro se stesso per riuscire a dirtelo.

È la tenerezza che, senza preavviso, ti esplode dentro mentre ti permetti di accogliere questo pezzo di vita, questo pezzo di verità che in fondo parla non solo “a” ma anche “di” ognuno di noi.

Già, perché quello che mi ha colpita di più, anche se sembra essere il tema centrale, non è la malattia, ma il modo in cui Michael Beltrami usa la malattia come pretesto per portarci da tutt’altra parte: davanti al nostro di fantasma.

Mettersi a nudo, davvero

Da chi l’ha visto prima di me, e dal regista stesso, ho sentito definire questo film come un atto di mettersi a nudo. E questo è sicuramente vero. Ma c’è un filo sottile che percorre e unisce ogni scena come la trama di un tessuto più solido.

Michael Beltrami si mette a nudo, è vero, nella fragilità della malattia, ma soprattutto, nella fragilità di essere umano nella sua interezza: con gli inciampi, le fughe, gli errori, le scelte sbagliate… Con tutte quelle parti di sé che chiunque vorrebbe tenere nascoste o almeno edulcorare un po’ quando si trova davanti agli altri. Avrebbe potuto proteggerle -e proteggersi- e invece ha scelto di offrircele senza sconti, di saltare nel vuoto senza preoccuparsi di tendere una rete di salvataggio sotto di sé.

In questo ha rinunciato a un facile empatizzare del pubblico di fronte alla malattia e ha fatto una scelta più rischiosa… attraverso una narrazione poetica e senza giudizio, ci accompagna nel guardarci nelle nostre zone d’ombra, proprio lì dove fa più male ma è anche più vero. E non lo fa mai per compiacersi del suo coraggio nel “mostrarsi”, ma piuttosto -questa, almeno, è stata la mia sensazione- come invito ad accettare la nostra propria umanità… che a volte è così piccola.

È qui che ho sentito dissolversi la distanza tra sala e schermo, tra spettatore e regista-narratore, qui ho trovato riconoscimento e appartenenza allo stesso affascinante e controverso genere umano.

Ed è proprio qui, trovo, la forza di questo film che è tanto carezza morbida che consola quanto pugno nello stomaco che non perdona.

Un destino comune

E infatti, secondo me, il tema centrale del film non è la malattia ma la fallacia che ci definisce come esseri umani. E questo è quasi paradossale, no?

Ci nutriamo di storie nella speranza di riconoscerci negli altri attraverso qualità e valori e invece, qui, ci riconosciamo attraverso la nostra imperfezione, in quella zona grigia in cui siamo destinati a restare incompiuti.

E dove ognuno di noi scrive la sua, di storia, fatta di scivoloni, di conseguenze indesiderate, di rimpianti… di tutte quelle volte in cui siamo diventati la versione di noi di cui ci siamo pentiti o perfino vergognati.

Ed è per questo, che possiamo riconoscerci. Se questo film, a volte, ci risulta un po’ disturbante, forse è proprio perché ci riguarda tutti e perché ci mostra -riflesso nello specchio dello schermo- il fantasma che è in ognuno di noi.

Umani nell’imperfezione

C'è una definizione, nella Mindful Self-Compassion, per questo sentire: common humanity, l'umanità condivisa. È la consapevolezza che le fragilità, le debolezze, le parti "meno presentabili" di noi -così come il dolore e la sofferenza- non sono prove della nostra inadeguatezza. Sono, semplicemente, la prova che siamo umani. Come tutti.

E che, quando riattivata e allenata, ci permette di “stare” con i nostri errori; senza sminuirli o giustificarli… ma anche senza che questi ci paralizzino con senso di colpa o vergogna esagerati.

Anche Carl Rogers, il papà della psicologia umanistica, diceva qualcosa di simile. Secondo lui, quando abbiamo il coraggio, o forse piuttosto la fiducia, di portare alla luce le nostre emozioni, paure o vulnerabilità più intime, allora scopriamo che queste non appartengono solo a noi, ma sono condivise da tutti gli esseri umani.

E quando ci permettiamo di offrire la nostra imperfezione senza cercare assoluzione, allora il dolore si trasforma in connessione e in cura.

Uno sguardo stupito sul mondo

Michael Beltrami ha una grazia e una delicatezza senza pari nel condurci in questo viaggio dentro di noi e lo fa, sempre, senza giudizio: né su se stesso, né sugli altri, non su chi lo ha deluso… o su chi, forse, è stato lui stesso a deludere.

E questo mi porta a un altro concetto comune a Psicologia umanistica, Mindfulness e Self Compassion: il non-giudizio o, per dirla con Carl Rogers, lAccettazione positiva incondizionata. Che non significa accettare o approvare qualsiasi cosa, sorridere sempre o fingere che qualcosa non ci abbia toccato o ferito. Ma è piuttosto qualcosa che assomiglia al guardare questo mondo attorno a noi come farebbe un bimbo che lo vede per la prima volta, senza preconcetti e mosso solo dalla curiosità di scoprirlo.

Questa è una delle cose più difficili da sperimentare, ma anche delle più trasformative perché è proprio qui, in questo punto, che può iniziare qualcosa di nuovo e che si può avviare il cambiamento.

Incarnare davvero questa “Accettazione positiva incondizionata” senza limitarsi a dichiararla è ciò che fa la differenza tra una storia che ci cambia e una storia che, per quanto narrata bene, ci scivola addosso lasciando pochi ricordi; perché la seconda possiamo apprezzarla, ma nella prima abbiamo occasione di riconoscere la nostra, di storia.

Perdere il filo del tempo

Ma c'è un'altra cosa, in questo film, che ho messo a fuoco soltanto la seconda volta che l’ho visto ed è il tempo che, quasi senza farsi notare, sceglie di non seguire più le sue regole. E ti lascia un po’ smarrita.

Michael Beltrami, appunto, racconta questo pezzo della sua storia da un letto d'ospedale.

Ricevere una diagnosi è sempre uno squarcio nella quotidianità e la degenza in ospedale -un fermo obbligato per chi è abituato guardare il mondo con curiosità- può spaventare e trasformarsi in una sorta di “eterno presente” dove l’unica cosa a muoversi sono i pensieri. Iniziano ad arrivare ricordi, disordinati, dimenticati, lontani e recenti perfino incerti. Ma anche progetti, idee…

Tutto sembra fluire naturalmente, ma senza nessun nesso logico apparente e questo lascia un po’ spaesati. Come spettatrice la mente si confonde, si allarma, cerca appigli, e finisce per trovarli soltanto nell’età di Gabriel, il figlio del regista: ora bambino, ora neonato, adolescente, di nuovo bambino…

Quando ho capito che quel senso di smarrimento che provavo era dovuto a questa perdita di linearità del tempo, mi sono chiesta quale fosse la relazione con la malattia. Chissà se non è una delle condizioni della malattia stessa? Come se, sottraendo improvvisamente certezza al futuro, si prendesse la libertà di rimescolare anche le carte del passato lasciandoci tra le mani “soltanto” il presente.

Che poi, alla fine, è quello che ci invita a fare -con una scelta consapevole- la Mindfulness. Portare la nostra attenzione al momento presente, senza aggrapparci a ciò che era (e che quindi non è più) né proiettarci in ciò che verrà (e che quindi non è ancora). Con la differenza che nella malattia la consapevolezza non è una scelta, ma una conseguenza. La malattia, allora, come porta d’accesso alla consapevolezza. Una porta strettina, per la verità, e un po’ buia… ma pur sempre una porta.

I puntini da unire

E questo riconoscerci non soltanto nei nostri errori, ma anche nell’universalità delle esperienze umane, come i sentimenti, ad esempio, mi porta a un’altra cosa curiosa che ho trovato in questo film.

Poco dopo l’inizio, il regista ripropone alcuni spezzoni del suo primo film, Bella?, con una protagonista “in fuga dall’amore per paura di perderlo” (cit.) che, quando si scopre esposta a un sentimento forte e forse inatteso, scappa per non rischiare di essere un giorno abbandonata. Una scena che sembra contestualizzata in quel momento, e che lì, pensi, finisce.

E invece, alla fine del film, due altre persone che si erano conosciute in passato (giuro, non spoilero niente!), si ritrovano dopo parecchi anni. Ed è come se quel legame antico, rimasto silente per tanti anni, non fosse stato affatto scalfito dal tempo. Questa scena mi ha riportata indietro, a Bella? che tenta di zittire un “troppo sentire” che però, questa volta, troverà altre vie per ripresentarsi. E, di nuovo, ho avuto quella sensazione di filo sottile ma resistente che lega i tanti attimi delle nostre vite, spesso a nostra insaputa… un po’ come quel gioco in cui l’immagine appare solo dopo aver unito puntini apparentemente slegati tra loro.

“Continuo a cercarti e non ti trovo veramente”

Lo dice Michael nel film. Chissà, forse il fantasma è proprio questo: una presenza che c’è da sempre, in noi, nascosta ma che aspetta di essere trovata, vista e riconosciuta senza per forza dover essere anche capita.

Un fantasma che, appunto, è in ognuno di noi… e che, chissà che cosa succederebbe se gli permettessimo di mostrarsi?

“Il fantasma che è in me”, di Michael Beltrami (Svizzera, 2025)

Sono così arrivato a credere che ciò che è più strettamente personale e unico in ciascuno di noi è probabilmente la stessa cosa che, se condivisa o espressa, parlerebbe più profondamente agli altri.” Carl Rogers (La terapia centrata sul cliente)

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