“Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Meditazione contemplativa e meditazione generativa… conosci la differenza?

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Meditazione contemplativa e generativa: la differenza

Se ti serve un modo per capire meglio il tuo dolore, stare con quello che senti e magari trasformarlo in qualcosa che ti aiuti davvero, allora capire che cosa si intende con meditazione contemplativa e meditazione generativa può aprire una porta interessante.

Un dolore che chiede ascolto

Rubo il titolo — azzeccatissimo — di un romanzo di Peter Cameron del 2007 che mi ha toccata molto.

È uno di quei libri che arrivano silenziosamente, entrano piano, ma che poi restano. E che riescono a parlare di me, di noi, del mondo in cui viviamo con leggerezza e profondità insieme.

Un mondo che a volte sembra semplicissimo, comprensibile, quasi svuotato; e che un attimo dopo invece si fa lontanissimo, difficile da riconoscere. Un mondo che offre tanto, sì, ma che spesso fatica a darci proprio ciò di cui avremmo più bisogno: ascolto.

Ascolto che è accoglienza, comprensione, cura.

«Un giorno questo dolore ti sarà utile» riassume molto bene anche quello che per me ha rappresentato la Mindful Self Compassion, ovvero la pratica dell'Auto-Compassione Consapevole.

Dalla calma interiore a un punto di partenza

E, andando ancora più a fondo, mi aiuta a raccontare la differenza tra una pratica di meditazione contemplativa e una generativa. Meditavo già da anni. Anzi, da decenni, se considero anche tutti quei periodi in cui praticavo a intermittenza.

E mi faceva un gran bene!

Soprattutto mi aiutava a dare sollievo alla mia ansia, a ritrovare una specie di mare più calmo dentro le emozioni e ad allargare l'orizzonte del mio mondo facendomi respirare di nuovo meglio.

Ecco, in questo articolo voglio raccontarti che cosa ho scoperto quando ho capito che quella calma poteva essere più di un semplice rifugio in cui andare a riparare. Poteva diventare un punto di partenza per qualcosa di ancora più importante.

Quando la consapevolezza da sola non basta

Nonostante i benefici molto reali della pratica meditativa, infatti, dentro di me restava una sensazione insistente, come una domanda in cerca di risposta... mancava ancora un pezzo.

Con la Mindfulness alleniamo la consapevolezza — cioè la pratica di portare attenzione al momento presente in modo intenzionale — e questo mi offriva strumenti preziosi per riconoscere le emozioni difficili, accoglierle e attraversarle senza esserne travolta.

Però continuavo a chiedermi: davvero finisce tutto qui? Possibile che il rapporto con il nostro dolore si fermi alla sua osservazione, alla sua accettazione in qualche modo "passiva"? "Gestirlo" significa questo?

Sarebbe un po' come imparare a restare in piedi nel mezzo di una tempesta senza farci spazzare via — che già questo ha un valore enorme — ma senza sapere ancora come usare questa stabilità per scegliere la direzione del nostro passo successivo.

La Mindful Self Compassion come completamento

La risposta è arrivata anni dopo, grazie alla scoperta della Mindful Self Compassion. Prima nella pratica diretta, poi nello studio approfondito.

E non come alternativa alla consapevolezza, ma come suo completamento naturale.

Non si tratta più, allora, soltanto di regolazione emotiva, ma di vera e propria relazione attiva con noi stessi, con il nostro dolore e di cura intenzionale, di possibilità di trasformazione.

Differenza tra Mindfulness e Mindful Self Compassion

Anche se sono strettamente collegate, c'è una differenza importante tra la Mindfulness — cioè la presenza consapevole nel momento presente — e la Mindful Self Compassion.

La prima è una pratica contemplativa, la seconda è una pratica generativa. Ok, ma che vuol dire, in pratica?

Meditazione contemplativa e meditazione generativa: che cosa significa?

Detto in modo semplice: se la Mindfulness mi permette di dire «Riconosco che questa è ansia e la pratica mi permette di accoglierla, di fluire con essa e di attraversarla senza esserne travolta», la Mindful Self Compassion mi invita, dopo questo primo passaggio, a farci qualcosa con questa ansia.

Mi accompagna, cioè, a passare da spettatrice contemplativa del momento presente ad attrice generativa della mia esperienza.

Quindi a fare spazio a quello che sento, per potermene prendere cura in modo attivo, consapevole e a sviluppare strumenti che possano ridurne sempre di più l'intensità e anche la frequenza con cui si presenta.

E a potermi dire: sì, di questo dolore posso farmene qualcosa.

Qualcosa di utile e, forse, persino di bello.

È proprio questa la svolta.

Non male, vero?

Perché come dice il protagonista del romanzo da cui ho preso in prestito il titolo: «Non sapevo che cosa fare. […] Poi però mi sono reso conto che se non mi muovevo, quel terribile momento sarebbe durato per sempre.» (Peter Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile, 2007).

Dal restare fermi nell'osservazione al fare qualcosa con ciò che si osserva: è esattamente questo il passaggio che unisce e al tempo stesso distingue la meditazione contemplativa — che osserva e accoglie — dalla meditazione generativa — che agisce e trasforma.

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