“Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fossimo stati io e te”

Nella categoria "Club del libro"

Mindfulness vs Mindful Self-Compassion: quale scegliere?

Che cosa sono la Mindfulness e la Mindful Self Compassion

Dopo tanti anni di lavoro con le persone (e su di me) ho imparato che capirci non basta, che osservare e prendere atto di quello che sentiamo è sicuramente prezioso, ma non sempre è sufficiente, che a volte -nel mezzo di una giornata storta o di un silenzio che pesa più del solito- quello che ci manca non è la consapevolezza, ma qualcosa di più morbido, di più caldo. Qualcosa che assomigli a una mano sulla spalla… o a una carezza sul cuore. È stato proprio grazie a questa convinzione che ho incontrato prima la Mindfulness e, poi, la Mindful Self-Compassion e che ho deciso di integrarle (assieme ad altri approcci) nella mia vita e nel mio lavoro. Sono due pratiche che si somigliano, forse perché partono dallo stesso punto, ma portano in luoghi interiori diversi.

Capire la differenza, può cambiare molto.

Il silenzio che apre all’ascolto

Niente che il titolo di questo romanzo di Albert Espinosa “Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fossimo stati io e te” (2010), mi ha fatto venire le vertigini!

Già, perché dentro queste parole c'è qualcosa che ci riguarda tutti, ovvero l'idea che le persone accanto a noi -quelle che abbiamo scelto, trovato, ma anche quelle che ci siamo ritrovate senza averle cercate- ci modellano sempre, magari in modi che non sempre sappiamo riconoscere, ma che sentiamo comunque.

Marcos, il protagonista del libro, lo impara a modo suo. Tra legami che reggono e altri che cedono, tra domande che non hanno risposta immediata o comoda, tra la vita e quello che rimane quando la vita si fa stretta.

È un libro che non ti butta addosso verità, ma che piuttosto ti sussurra in modo da essere ascoltato solo quando riesci a creare abbastanza silenzio… dentro, prima ancora che fuori.

Il romanzo si costruisce per strati: c’è la storia, e poi c'è anche sempre qualcosa sotto quel primo strato… qualcosa che, pur non essendo necessario, aspetta di essere trovato per dare più profondità e più verità alla storia stessa. E, in un certo senso, è un po’ la stessa cosa che fa Marcos.

Lui sa che le persone non sono mai del tutto quello che mostrano. Sa che le storie che ci raccontiamo su noi stessi e sugli altri sono sempre parziali, incomplete. Sa che mancano pezzi… quelli che l'altra persona conosce di sé, ma che non ha ancora trovato le parole per dirli. E, a volte, mancano quei pezzi che nemmeno lei conosce ancora, ma a cui potrebbe avere accesso nell’incontro con l’altro.

Un’equazione senza soluzioni

In questa storia, la trama è solo un pretesto. Quello che mi ha colpita, invece, è la domanda che il titolo porta con sé: chi saremmo stati, se avessimo incontrato persone diverse? Se avessimo avuto un'altra sorella, un altro padre, un altro amico al momento giusto?

La risposta ovvia è: qualcuno di diverso. Ma Espinoza non si ferma lì e ci suggerisce che le persone accanto a noi non ci trasformano solo aggiungendo qualcosa. A volte ci trasformano togliendo. Limitando. Mettendo fuori mappa certe possibilità, solo perché occupavano già quello spazio nella stanza.

Siamo, in parte, quello che gli altri hanno tirato fuori da noi. Ma siamo anche, d’altra parte, quello che non siamo riusciti ad essere perché qualcosa o qualcuno ci ha portati in un'altra direzione.

Il titolo è evocativo, ma è anche una sorta di un'equazione esistenziale che non ha soluzione… può solo essere abitata. E forse è proprio questa la sua unicità: invece di darci una risposta, ci apre ad un’altra domanda.

Sorelle diverse

Leggendo questo libro (e perdendomi un po’ nelle mie considerazioni) ho pensato a quello che spesso accade tra fratelli o sorelle. E poi, quasi di riflesso, alla Mindfulness e alla Mindful Self-Compassion. Ok, potrebbe sembrare un po' azzardato, eppure…

Capita spesso che fratelli o sorelle, pur essendo nati sotto lo stesso tetto, nel contesto, magari anche a distanza di breve tempo, siano fin da piccolini come il giorno e la notte. Uno magari sorridente, solare, allegro, estroverso, a proprio agio con le persone. L'altro più silenzioso, pacato, quasi malinconico, in difficoltà con le persone che non siano le poche con cui si sente al sicuro. E quanto può pesare, da ragazzi, questa distanza quasi incomprensibile che fa desiderare un po' della spigliatezza o della sensibilità dell'altro!

Uno sembra avere fin da subito una chiarezza dentro e trova presto la sua strada. L'altro, forse più inquieto, ci mette un po' di più, inciampa, si rialza, prova altri sentieri prima di riuscirci.

Eppure sono fratelli, sorelle. Ma, al di là di queste differenze, ci sono sempre anche altre cose, credo ben più profonde, che li rendono simili e che li rendono l'uno importante per l'altro. O chissà che, in qualche modo, non sia proprio ciò che li rende così diversi ad unirli ancora di più di quanto non sappia fare la biologia?

Ecco: la Mindfulness e la Mindful Self-Compassion, secondo me, sono delle sorelle così. Nate dalla stessa radice, riconoscibili l'una nell'altra, ma con un temperamento tutto diverso.

La Mindfulness è la pratica dell'attenzione consapevole: ti chiede di fermarti, guardare quello che c'è, stare con ciò che senti senza scapparci subito dentro… o fuori. Una giornata storta, la testa che si riesce a fermare, una tensione alle spalle che è sempre lì… la Mindfulness ci invita a stare, a notare, prendere atto di tutti questi dettagli della nostra esperienza presente, senza aggiungere interpretazione o giudizio. E già solo questo, è tantissimo!

La Mindful Self-Compassion parte da questa stessa radice di consapevolezza, ma poi prende un’altra strada. Dopo la consapevolezza di quello che c’è -che sia fatica o dolore soprattutto emotivo- ci invita a fare un passo verso la nostra innata capacità di empatia e di cura. E, soprattutto, ci accompagna nel rivolgere queste straordinarie risorse emotive verso noi stessi.

È un po’ come prendere consapevolezza e accettare che ci si può trovare nel mezzo di una tempesta… ma poi portare un cappotto a qualcuno che ci sta dentro.

La Mindful Self-Compassion ha a che fare proprio con questo, con l’imparare a essere, per noi stessi, quella presenza comprensiva, affettuosa, calda, quella che resta in qualsiasi tempesta… anzi che più è la tempesta si fa violenta, più lei c’è.

Stesso punto di partenza, due strade diverse

Ci sono strumenti che si incrociano per necessità, per una certa coerenza della vita che te li fa trovare tutti insieme, come seguendo un ordine prestabilito. La Mindfulness e la Mindful Self-Compassion sono così — non si sono incontrate per caso.

La Mindfulness come pratica clinica moderna nasce alla fine degli anni Settanta, quando Jon Kabat-Zinn -biologo molecolare con un lungo percorso nella meditazione di tradizione buddista- decide di portare quella pratica millennaria all'interno di un ospedale universitario. Ne nasce l’MBSR (Minfulness-Based Stress Reduction): un programma strutturato di otto settimane, pensato inizialmente per pazienti con stress e dolore cronici che la medicina tradizionale non riusciva a gestire completamente. Una pratica spirituale che diventa uno strumento clinico verificabile.

L'idea di base è semplice… e come tutte le idee semplici, ahimè, difficile da praticare davvero: portare un'attenzione consapevole al momento presente, in modo intenzionale e senza giudicarlo (né giudicarci). Notare “semplicemente” quello che c'è… senza aggiungerci nulla! Accorgersi del respiro, delle sensazioni del corpo o della sua posizione, dei pensieri che ci attraversano la mente senza aggrapparci ostinatamente ad essi, ma anche senza scacciarli. Solo osservare… e trattenerci dalla tentazione di reagire d'impulso.

Non male, vero?

Eppure per molti è qualcosa di difficilissimo… anzi, credo che, all’inizio, per come siamo abituati a condurre le nostre vite, questa sia una bella sfida per chiunque. Ma Mindfulness significa anche saper stare con questa difficoltà e osservarla.

Perché la Mindfulness ci insegna a osservare, a mettere uno spazio tra lo stimolo e la risposta, a non lasciarci travolgere automaticamente della critica interiore o dal pensiero reattivo. Ma non ci dice che cosa farcene, di tutto questo.

Ed è qui che arriva la Minful Self Compassion, sorella tanto simile quanto diversa.

Kristin Neff (psicologa, ricercatrice, autrice) praticava la meditazione per cercare un po' di pace interiore. E aveva tutte le ragioni per farlo: situazione familiare difficile, crisi personale importante. Ma non bastava, c’era qualcosa non le tornava. Osservava il suo dolore, lo riconosceva, lo accoglieva, creava quella distanza… Eppure, all'interno di quel dolore, continuava a giudicarsi, a colpevolizzarsi, a trattarsi male. E allora iniziò a chiedersi: "E se la risposta al dolore non fosse solo la distanza?"

Capì che quel pezzetto che le mancava, era la compassione o, meglio, l’auto-compassione. Perché di solito siamo molto bravi nell’offrire empatia, gentilezza, affetto, comprensione agli altri; ma quando si tratta di noi…

La compassione verso noi stessi è un qualcosa di quasi controintuitivo. Eppure, quando ascoltiamo e ci prendiamo cura di qualcuno che amiamo, quell’amorevolezza lì viene da noi, dalla nostra capacità di amare (e da nessun altro). Quindi, possiamo (ri)svegliarla e rivolgerla dove vogliamo… sì, anche a noi stessi!

Possiamo imparare a trattarci esattamente come trattiamo un* nostr* carissim* amic* in difficoltà.

È stato a partire da questa intuizione che, nei primissimi anni Duemila, Kristin Neff insieme a Chris Germer, iniziano a studiare sistematicamente quello che diventerà la Self Compassion: un programma di otto settimane che accompagna nell’esplorazione profonda di sé, delle proprie esperienze dolorose ed emozioni sfidanti e, soprattutto, nella (ri)attivazione delle nostre innate capacità di prenderci cura di noi stessi proprio nei momenti più difficili.

E noi?

Se hai bisogno di fermarti e respirare, di creare spazio tra te e il caos nella tua testa, la Mindfulness è quella strada. Se invece senti soprattutto solitudine dentro la difficoltà, se la tua voce critica interiore alza il volume ogni volta che sbagli qualcosa, anche di piccolo allora la MSC può indicarti una strada diversa.

Sono entrambe preziose, ma affrontano l’esperienza da punti di vista diversi e con strumenti diversi. E, come spesso accade tra fratelli o sorelli, si completano meglio di quanto non sembri a prima vista.

Il Salvavita (il percorso di counseling integrato che ho creato per accompagnare le persone particolarmente sensibili a costruirsi una vita su misura che rispecchi la loro autenticità e rispetti le loro esigenze) porta dentro di sé sia la Mindfulness sia la Mindful Self-Compassion.

Accompagna nell’apprendere quegli strumenti che sono maggiormente utili e, soprattutto, aiuta ad integrarli -assieme ad altri- nella propria quotidianità affinché diventino sempre più un nuovo modo di essere.

Ogni tanto mi chiedo “Chissà se, fratelli o sorelle così diversi non fossero stati fratelli e sorelle, si sarebbero mai incontrati comunque? Forse no.

“Pensai a mia madre. Adesso capivo perché mi sentissi così: non se n’era andata la persona che più avevo amato, ma la persona che più mi abbia amato. È dura perdere la persona che ti ha amato di più.” (Albert Espinosa, Tutto quello che avremmo potuto essere io e te, se non fossimo stati io e te, 2010)

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